Recensione Film: Solitary Man

Film del 2010 di Brian Koppelman e David Levien con Michael Douglas (Ben), Danny De Vito (Jimmy), Susan Sarandon (Nancy), Mary-Louise Parker (Jordan), Jenna Fischer (Susan) ed Imogen Poots (Allyson).

Ben Kalmen una volta era un rivenditore di auto di successo, ma la sua vita ha subito un duro colpo a causa di cattive decisioni. Ora è in bancarotta, costretto a chiedere un prestito di denaro dalla figlia Susan, e un continuo desiderio sessuale al limite della malattia. Dopo l’ennesimo tonfo riuscirà a rialzarsi ancora una volta?

Questo film, pur non avendo avuto un grande successo ha due pregi: un bell’incipit ed un finale che lascia tutto in mano allo spettatore (cosa che a molti può far incazzare, in effetti).

Michael Douglas interpreta qui in parte sé stesso: malato di sesso ed ora malato  di qualcosa di serio. Se nella vita reale sta lottando apertamente , nella pellicola invece il suo personaggio evita il raffronto con la possibilità di essere ad un soffio dalla morte e per questo, decide di stravolgere ogni sua abitudine nel peggior modo possibile: tradendo ripetutamente la moglie (che è l’unica donna ad averlo davvero capito durante la vita) e tradendo la fiducia dei suoi clienti dopo anni di onesto lavoro partecipando ad un enorme truffa.

Se la rinascita è difficile lo è soprattutto proprio per il rifiuto all’invecchiamento e alla possibilità di una prossima morte.

A mio avviso è un film che fa riflettere su quello che siamo realmente, su quello che gli altri si aspettano da noi, su ciò che desideriamo e su quali rischi – come il protagonista sottolinea – si è disposti a correre quando si è convinti.

Michael Douglas è un mito e qui è davvero bravo. Come d’altronde “i comprimari”: De Vito e Susan Sarandon su tutti, anche se in parti  he durano poco.

Voto: 7 Per chi vuole osare

Ciao, J

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3 commenti su “Recensione Film: Solitary Man

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  2. A parte l’indubbia straordianria interpretazione di M. Douglas e il finale stimolante, la storia sembra costruita per stereotipi forzati e improbabili: la voracità sessuale provocata dal dubbio sul suo stato di salute (a rischio) e sulla certezza di quello economico (pessimo) dà l’impressione di una trama costruita a tavolino da freudiani artigianali, intrecciata meccanicamente in un’elementare succedersi di azioni/reazioni scontate e prevedibili. Il Solitary man è sovreccitato in quanto accerchiato dalla normalità degli affetti che rifiuta come mortifera e patologica, esalta la trasgressione come lifestyle congeniale a chi teme la morte. Una storia di Eros e Thanatos “de noantri”.

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