Recensione Libri: “Mi innamoravo di tutto- Storia di un dissidente” di Stefano Zorba

mi-innamoravoAutore: Stefano Zorba
Editore: Edizioni Alternative
Anno: 2016
Pagine: 130
Trama: Un sotterraneo anonimo. Un pavimento in calcestruzzo, polvere, pilastri nudi e vecchi. E sangue.
Un imprecisato servizio segreto italiano ha un prigioniero, un dissidente che si chiama Coda di Lupo. E vuole farlo parlare, con ogni mezzo necessario.
E Coda di Lupo parla, si racconta, scandendo la sua vita sulle note dell’omonima canzone di Fabrizio De André, dall’infanzia e il G8 di Genova fino agli ultimi, disperati anni di resistenza in Val Susa.
Un romanzo che parla di lotta, di resistenza, di Stato, di sofferenza, di morte. E della gioia di lottare, nonostante tutti i sacrifici che questo comporta.

Commento: E’ un libro duro, crudo, violento e “sporco” (se mi passate l’aggettivo) come solo la vita vera (quella che facciamo finta di non vedere o immaginare) può essere e quindi anche sincero.

Il racconto del protagonista (non sapremo mai il suo nome reale) viene palleggiato dal presente in cui è prigioniero torturato dai servizi segreti che vogliono estorcergli informazioni e da flashback in cui viviamo l’evoluzione dal ragazzino “innamorato di tutto” che crescendo non riesce ad essere indifferente verso le iniquità del mondo, tanto da odiare e riversare la propria rabbia e il proprio impegno nella lotta al Sistema (soprattutto aderendo ai NoTav e alle battaglie per l’ambiente).

Il libro coglie nel segno quando spinge sulle riflessioni che tutti abbiamo (più o meno consciamente) riguardo alla nostra società, al ruolo dello Stato, al consumismo, all’egoismo imperante e soprattutto all’indifferenza giustificata dalla mancanza di tempo che il ritmo imposto alle nostre vite genera.

Ci sono passaggi davvero duri (per l’anima) e non mi riferisco ai pestaggi o alle torture ma alle riflessioni di come siamo, di come appariamo, di come vorremmo essere e di come non siamo capaci di sottrarci al giudizio del prossimo se non sacrificando noi stessi o almeno i nostri legami e il nostro stile di vita.

Pur essendo io davvero ignorante rispetto alle opere di De Andrè devo dire che Stefano Zorba è stato bravo nel costruire una trama sulla falsariga del testo di “Coda di lupo” e non è mai forzato il legame con la canzone, anzi ne usa la struttura come un guanto per il suo racconto.

Bravo Zorba anche nello stile: le metafore sembrano di Stephen King, la descrizione delle armi di Clancy e ci sono tanti spunti e riferimenti in cui si denota una cultura generale dell’autore davvero notevole. In più, anche se non bisogna necessariamente condividere ogni singolo aspetto o pensiero del protagonista è davvero un bel modo per raccontare cosa succede nel paese, cosa succede in Val di Susa e cosa potrebbe succedere in futuro.

L’unico personale appunto che ho da fare è in zona SPOILER : Vi avviso cosicché non vogliate leggere oltre… fermatevi qui: il libro è un pugno nel cuore, nello stomaco e nel cervello ed è ben scritto.

Voto: 8 L’unica religione dell’ateo è la sopravvivenza.

Scorri per lo SPOILER:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPOILER: Se il finale è sensato e coerente con tutto il resto, mi pare un po’ “ingenuo” pensare che un gruppo di persone a capo di 100.000 cittadini possa sparire nel nulla con la scusa di andare a trattare a Roma con il Governo senza che almeno un giornalista (o uno dei 100.000) non salti su a dire: “Ehi, hanno distrutto il tunnel in costruzione da 40 anni e adesso dove sono finiti?” e che il Governo riesca a mettere a tacere il tutto. A parte questo, che nulla toglie al valore del libro, null’altro da aggiungere: è un bel libro che ci lascia con molte riflessioni e un senso di inadeguatezza inquietante. Bello.

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