Recensione Film: Ender’s game


enders_gameFilm del 2013
Diretto da Gavin Hood
Genere: fantascienza
Con:
Asa Butterfield: Andrew ‘Ender’ Wiggin
Harrison Ford: Colonnello Hyrum Graff
Ben Kingsley: Comandante Mazer Rackham
Abigail Breslin: Valentine Wiggin

Trama parzialmente tratta da Wikipedia : In un futuro non molto lontano, la Terra viene attaccata da un’ostile razza aliena chiamata “Formics”, che sarebbe arrivata a conquistare l’intero pianeta, se l’impeto non fosse stato sventato dall’eroico Comandante della Flotta Internazionale, Mazer Rackham. Nell’attesa della rivalsa nemica, spetta allo stimatissimo Colonnello Graff rinforzare i presidi, reclutando i migliori ragazzi in tutto il pianeta per designare il prossimo Mazer. Uno in particolare, Ender Wiggin, viene notato per le sue brillanti qualità e convinto ad entrare nella Scuola di Guerra di Graff; lì impara ben presto le tattiche belliche, l’uso delle armi e a farsi rispettare dagli altri cadetti, vincendo ogni simulazione di guerra e guadagnandosi la promozione alla Scuola di Comando proprio di fronte alle linee nemiche…

Commento: Un film metafora della guerra e del colonialismo. Il protagonista (interpretato dall’eccezionale Asa Butterfield di “Il bambino col pigiama a righe” e “Hugo Cabret”) rappresenta l’eroe strumento del sistema. L’addestramento militare ne fa un’arma terrificante, cercando di annichilirne il lato umano per i propri scopi. Davvero un bel film, un po’ sottovalutato a mio avviso. Anche il finale non è banale e ci sono attori degni di nota (non solo ovviamente Harrison Ford e Ben Kingsley) ma anche, ad esempio, la rediviva Abigail “Little Miss Sunshine” Breslin. Solo a me, la scena dell’addestramento con le squadre salamandre e dragoni ha ricordato Harry Potter? (probabilmente la Rowling ha preso spunto dal romanzo di Orson Scott Card del 1985 da cui è stato tratto questo film…)

Voto: 7.5 Chi è davvero l’invasore?

Ah però... 6.5 -7.5

Recensione Film: Il bambino con il pigiama a righe


Film del 2008 tratto dall’omonimo libro di John Boyne diretto da Mark Herman ed interpretato da Asa Butterfield (Bruno), David Thewlis (il padre), Vera Farmiga (la madre), Amber Beattie (Gretel, la sorella), Rupert Friend (il tenente Kotler), David Hayman (Pavel), John Scanlon (Shmuel).

Berlino, 1942. Bruno è un bambino di 8 anni che vive felice la propria infanzia in una bellissima casa, circondato dagli affetti della sorella e della madre e dei tre amici di scuola.

Il giorno in cui il padre di Bruno – ufficiale delle Ss – comunica alla famiglia che è stato promosso e che devono trasferirsi “in campagna ,  tutto cambia.L’arrivo nella nuova casa, simile ad un bunker ed in contrapposizione netta all’ambiente sfarzoso di Berlino, è piuttosto traumatico. La cancellata che chiude l’abitazione è sempre chiusa e al bambino è fatto espresso divieto di uscire e di esplorare addirittura il cortile sul retro.

Il bambino annoiato è però curioso: dalla propria finestra ha visto una “fattoria” in cui i contadini sono tutti vestiti con un pigiama a righe; chiede allora alla madre se possa andare a giocare con i bambini della fattoria ma, la madre, che non gli rivela la realtà (non è una fattoria ma ovviamente un campo di concentramento) gli vieta di avere contatti con bambini “strani e diversi” da loro.

La curiosità e la voglia di esplorare però prevalgono e Bruno riesce ad “evadere” dalla casa e superato un bosco raggiunge la recinzione elettrificata della”fattoria”.
Qui conosce Smuel, un bambino ebreo di 8 anni rinchiuso nel campo di concentramento e poco a poco, con i limiti dovuti alla situazione, i due diventano amici, inconsapevoli del perché siano divisi da una recinzione in filo spinato. In un certo senso entrambi sono prigionieri.

Non dico altro…

Un film stupendo. Non ho letto il libro ma, ritengo che il merito sia soprattutto della storia originale e qui il regista ha saputo trarre una pellicola mai pesante, mai melodrammatica, raccontando la visione di un mondo adulto assurdo e bestiale attraverso gli occhi dell’innocenza, che non possono capire l’odio, il disprezzo e il rifiuto del diverso poiché in realtà di diverso non c’è nulla. Un bambino è un bambino e basta: non c’è differenza basata sul colore, la religione o l’appartenenza ad un’etnia. Lo sanno i bambini, lo dimenticano gli adulti.
Il film esprime in maniera esemplare tanti aspetti della vita e in particolare in una situazione bellica: il padre Ss obbedisce ciecamente agli ordini reprimendo la morale e annientando insieme “al nemico” l’etica; la madre non sa o sa fino ad un certo punto ed entra in crisi quando si rende conto dell’inumanità del proprio marito e del proprio popolo; il bambino (sia Bruno che Smuel) vive la propria vita cogliendola per quello che dovrebbe essere, senza convenzioni e ingenuamente crede nell’uguaglianza, nell’amicizia sopra ogni aspetto.

Vedere bambini che corrono giocando per le strade di Berlino o Bruno che saltellando nel bosco porta il pallone, un panino o un aeroplanino all’amico rinchiuso rappresentano chiaramente la visione ottusa dell’infanzia che non si è ancora ampliata per la mancanza di un elemento basilare: l’esperienza di vita. Il bambino che corre, gioca e va dall’amico a condividere la propria giornata è felice anche se coglie che ci sono cose a lui estranee e incomprensibili e non ha nemmeno i mezzi per rifiutarle non conoscendole, non avendole assimilate.
Gli adulti al contrario questi comportamenti li hanno fatti divenire ideologia a discapito di ogni razionalità, umanità e buon senso.

Un film struggente, commovente e indubbiamente triste ma da vedere assolutamente. Una storia che mostra l’assurdità della guerra e le sue conseguenze nella vita quotidiana.

Voto: 9

Ciao, J