Recensione Libri : “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini


In questo romanzo del 2003 (pubblicato in italia nel 2004) Khaled Hosseini ci conduce, attraverso la vita narrata in prima persona da Amir, nel paese natio, l’Afghanistan.

La storia ha un incipit bellissimo che funge da fulcro a tutto il romanzo partendo dalla figura di quest’uomo cresciuto fino all’adolescenza in Afghanistan e poi rifugiatosi negli Stati Uniti con un terribile segreto che alimenta costantemente la sua coscienza con il rimorso.
Veniamo riportati nel 1975 a Kabul, città d’origine di Amir e alla sua vita in comunione con l’amico/servo Hassan. Amir è infatti di etnia Pashtun e figlio di un ricco uomo d’affari (Baba) mentre Hassan, di etnia Hazara è il figlio del servo di Baba, Ali.
Pur essendo chiaramente delineate le differenze sociali dei due nuclei famigliari tra di essi vige un forte attaccamento affettivo, in parte legato al passato di Baba e Ali (entrambi rimasti senza moglie) e all’amicizia spontanea dei due ragazzi.
Sullo sfondo degli avvenimenti terribili dello stato Afghano, l’infanzia dei protagonisti è imperniata ogni inverno sulla “guerra” degli aquiloni: una battaglia a colpi di filo smerigliato in cui vince chi resta col proprio aquilone in cielo e soprattutto rende orgogliosi i genitori di chi riesce a recuperare l’ultimo aquilone abbattuto. Ed è proprio qui che scaturisce l’evento (descritto sommariamente nell’incipit) che influenza pesantemente la vita di tutti i personaggi del libro negli anni a venire.
Non aggiungo altro della trama perchè al solito non voglio rovinare troppe sorprese.

Premetto di aver letto “Il cacciatori di aquiloni” dopo “Mille splendidi soli” e come primo confronto posso dire che il libro più recente (“Mille splendidi soli”) è molto più crudo e “pesante” del primo. Con “pesante” non intendo noioso, lento o difficile ma proprio “opprimente”: per i temi trattati è costellato da un susseguirsi di eventi drammatici davvero impressionante rispetto alla frequenza meno evidente ma, altrettanto vera e triste, delle tragedie ne “il Cacciatore di aquiloni”.

Questo non toglie che la storia, le vicissitudini del protagonista e dei personaggi, la storia dell’Afghanistan e le ingiustizie perpetrate provochino disagio e rabbia nel lettore. E’ praticamente impossibile restare impassibili nel vedere un paese allo sfascio perpetuo, una cultura distrutta, una popolazione mai in pace e costretta a subire in una sorta di rassegnazione che non sembra dare spiraglio alla speranza.
Lo stile di Hosseini è sempre altamente descrittivo ed efficace, la sintesi perfetta e la capacità di emozionare innata.
Un libro davvero molto ben scritto che lascia l’amaro in bocca – per la trama – e che, come nel caso di “Mille splendidi soli” fa nascere spontanea la domanda se sia la summa di storie vere rimescolate o solo frutto di fantasia… Cosa che reputo davvero impossibile e che fa di questi due libri un qualcosa di più di semplici romanzi: sono delle cronache romanzate ma… neanche tanto, purtroppo. Non riesco a spiegarlo tanto bene a parole ma questi due sono libri in cui non pensi mai durante la lettura che ci possa essere un happy-end fiabesco perchè la storia sembra vera e non è così che nella vita le storie finiscono (quasi mai).

Un libro che consiglio davvero tanto, adesso posso andare a vedere anche il film, sperando sia altrettando bello.

Voto : 9 [Bello ed emozionante (anche se mi ha colpito di più “Mille splendidi soli”, è il rischio dell’estremo o dell’impareggiabile, poi non si riesce a tornare indietro) ]

Per chi vuole… ecco qui il link alla mia recensione di “Mille Splendidi Soli

Ciao, J

Recensione Libri : “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini


Cosa dire ancora che non sia già stato detto di questo meraviglioso romanzo?
Da parte mia non ho ancora letto il primo romanzo dell’autore (“Il cacciatore di aquiloni”) ma, ovviamente, correrò ai ripari al più presto e, per quanto riguarda “Mille splendidi soli” è stato il classico passaparola, che lo definisce “bellissimo” da tutti quelli che l’hanno letto, a convincermi di farlo a mia volta.

Traggo la trama dal sito omonimo http://www.millesplendidisoli.it/soli.view in modo da non raccontare troppo o male.

“A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua kolba di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una harami, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione.
Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia indimenticabile che ripercorre la Storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.”

Ecco le mie riflessioni (più che una recensione) su questo libro:
E’ talmente verosimile che, spesso, ci si trova a dubitare del fatto che gli eventi ed i personaggi non siamo persone realmente esistite. Più che un romanzo – e lo dico in senso positivo – sembra una cronaca storica. E questo comporta una moltitudine di emozioni (rabbia, vergogna, tristezza ed anche consapevolezza).
Consapevolezza della nostra immensa fortuna: attraverso le tragedie di queste due donne e di un’intera cultura non posso non ritenermi davvero fortunato di essere nato e vissuto in un paese come l’italia, con tutti i suoi difetti ma decisamente migliaia di volte meno travagliato di paesi come l’Afghanistan. Capisco, grazie all’autore, l’orgoglio di un popolo e l’attaccamento alle proprie origini anche dopo i fatti “enormi” accaduti nella vita quotidiana ai protagonisti della storia. La paura che possa succedere anche a noi è presente (non credo esattamente negli stessi termini); il cambiamento in peggio può sempre essere in agguato dietro l’angolo e quello che dovremmo fare è vivere intensamente ogni singolo momento di libertà cercando di ribellarci davanti alle ingiustizie, per quanto possibile.

Rabbia: anche noi occidentali siamo maschilisti e – spesso – trattiamo le donne come oggetti invece che come singole identità pervase da un’anima, da pensieri razionali, da sentimenti e meritevoli dei nostri stessi diritti. Indubbiamente ciò che viene raccontato nel libro, quello che capita alle donne in quel mondo martoriato da guerre e potere onnipotente del maschio fa rabbrividire ed inca**are per quanto sia assurdo, crudele e altrettanto reale. E da questo modo di essere tipico del maschio non posso fare altro che vergognarmi. Vergogna che è anche di quelli che hanno devastato l’Afghanistan per il proprio interesse (russi, americani, talebani ma non solo). Oltretutto quella terra è complicata essendo abitata da uzbeki, tagiki, pashtun e da clan tribali di vario tipo. La guerra contro i Russi ha complicato le cose e i mujihidin sono passati molte volte da essere considerati partigiani ad eroi a traditori: non è affatto semplice capire.

Tristezza: chiaramente per le vicende delle due protagoniste e le durissime prove che affrontano nel libro ma anche per la perdita d’identità di un popolo sottomesso a continue guerre e carneficine.

Il libro serve a farci conoscere un po’ meglio l’Afghanistan, ad aprire una piccola finestra su un mondo a noi conosciuto solo grazie ai tg e ad esplosioni di bombe quando invece esistono città come Kabul dove “Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.”

Un libro indimenticabile. E’ il libro che più mi ha colpito nel profondo, da quando leggo.
Ciao, J
Voto: 10

Link  alla mia recensione de “Il cacciatore di aquiloni